Una storia vera, una storia raccolta per strada, una storia che si trasforma in racconto. Dalla realtà alla narrazione, ecco come l’arte della scrittura racconta il mondo degli “invisibili”. Esclusivamente per La Notte dei senza dimora un racconto di Maria Fusca, giornalista che si è occupata del fenomeno dei senza dimora nel territorio piacentino … restate sintonizzati… alla prossima puntata!
Alle 8 si sveglia. È il primo della casa dove dormono altre tre persone. Potrebbe rimanere steso più a lungo, e sì che è carico di tranquillanti, ma mettendosi nel letto alle 6 di sera, difficile che riesca a non riprendere coscienza. Ogni mattina ha bisogno di qualche istante per riprendere contatto con sé stesso. Guarda il muro vuoto, candido, l’hanno appena imbiancato ma sa che durerà poco, il tempo di rimbrattarlo di nicotina. Due pacchetti al giorno per quattro di esportazione senza filtro farebbero ingiallire anche la madonna. Fissa la libreria, mezza vuota, quattro assi di compensato dipinte di rosso con sopra pochi e sparuti libri dalle pagine macchiate, quelle non le hanno ridipinte. Qualcosa sugli alieni, un manuale di linguistica, una Bibbia, tre o quattro opuscoli dei testimoni di Geova.
Prima o poi te lo prendo io qualche libro decente.
Lo dice ogni volta che passa di lì una volontaria della cooperativa giovane e carina (la volontaria, non la cooperativa) ma poi puntualmente non sa cosa portargli, cosa potrebbe piacergli o forse semplicemente, se lo dimentica.
Fissa la tv spenta, il buio proveniente dalla cucina. Puzza di fumo e di piedi, gente che russa al piano di sopra, le persiane di legno grezzamente colorate. Una piccola leggera morsa alla bocca dello stomaco. Un pensiero informe. Un tempo, prima dell’ospedale, della strada, dei farmaci, dei trattamenti, si sarebbe chiesto come fosse finito lì. Ma quella era stata una stagione peggiore, di consapevolezza, e la consapevolezza si sa è una gran fregatura. Anni di allenamento al niente, a dormire 12 ore al giorno, o qualcosa di più e quintali e quintali di lexotan possono molto.
Si infila le ciabatte di plastica fiammanti. Rosse e verdi, da spiaggia, nei calzini grigio topo tirati su fino al ginocchio.
La volontaria minaccia sempre di bruciarglieli tanto sono orrendi (i calzini, e forse un po’ anche le ciabatte) ma lui non risponde. Quello che sta nelle scarpe non lo vede nessuno, le cose brutte non hanno bisogno di nessuna cura.
Si trascina verso la cucina. La nave con il vento in poppa impressa sopra “il fumo nuoce alla salute” lo guarda da sopra il frigo. Un’altra interminabile giornata da passare e già si sente stanco.
Lentamente, con movimenti scelti, prende la macchinetta dell’espresso dal lavandino lindo. Il giorno prima è passata l’assistente sociale. Passa tre volte a settimana e ogni volta, per tacito assenso, gli inquilini si attivano per farle trovare la casa in uno stato dignitoso. A nessuno piacciono le sceneggiate della dottoressa.
Apre la caffettiera, la svita. Si accende una sigaretta, tossisce, l’appoggia al posacenere. Riempie d’acqua il contenitore sottostante fino all’orlo, poi ci mette il filtro e fa cadere l’acqua in eccesso. Lo ribalta per essere certo che il livello del fluido sia proprio quello giusto. Si ferma, fa un altro tiro, ricolloca giù il cicco.
Sistema la polvere tostata. Un cucchiaino per volta, ogni volta leggera, per non farlo cadere.
Monta la le due parti metalliche e l’appoggia sul fuoco.
Un’operazione lunghissima.
Si siede e finisce di respirare catrame. Non che abbia veramente voglia di fumare ma non ha altro da fare. Arrivato a metà, la spegne.
Oggi niente assistente. La tazzina incrostata di zucchero e caffè rimane nell’acquaio che presto si riempirà di altre stoviglie. Oggi niente assistente, quindi niente doccia. Sono le nove passate, deve prepararsi e andare al lavoro. Prima di muoversi pensa sempre che non è necessario, che non se la sente di avere questo impegno tutti i giorni… tutti i giorni come si fa? fa paura anche a dirlo. E se una volta non gli va? Se arriva in ritardo, se poi non si ricorda come catalogare i prestiti? Ogni mattina teme che se non andasse, nessuno se ne accorgerebbe. Ma poi sa che non è così, non più almeno, lui non è più come Franco, quello del piano di sopra senza denti. Quello che ogni tanto arriva un assegno ma mai una visita, mai una telefonata, mai che esca.
Questa idea un po’ lo incupisce un po’ lo rasserena.
Si cambia i vestiti ma non completamente. La maglia del pigiama se la tiene sotto, non si sa mai, potrebbe fare freddo e anche i calzini color topo, restano quelli dentro le scarpe, come prima dentro le ciabatte e prima ancora dentro al letto e prima prima ancora dentro le altre scarpe.
Oggi niente assistente. Non si pulisce i denti e non si pettina, la sua piccola ribellione.
Esce piano nel gelo. Il clima è davvero rigido ma questa volta non pensa di non andare, anzi, si sente quasi eroico a sfidare la nebbia di quella piazza brinata e arrivare sul posto di lavoro. Un secondo di disorientamento, forse vorrebbe chiedersi come’è finito in questa città tanto lontana da casa sua, ripercorrere le tappe, la storia, i passaggi. Ma le riflessioni sono labili e ha già preso un paio di pastiglie, abbastanza da impedirgli di concentrarsi su qualunque cosa.
A testa bassa fa i cinquecento metri che lo separano dalla biblioteca. Guarda le nuvolette di freddo che gli escono dalla bocca ogni volta che espira, come si confondono nella nebbia. In testa un tiepido semplice vuoto.
In teoria alle 13 se ne può lasciare la scrivania, ma non sempre ne ha voglia.
Poca strada e poi casa tutta pastiglie e sigarette.
Resta lì, per riempire un po’ il pomeriggio, ha intenzione di fare sera, non vuole tornare prima delle 19, magari riesce a rincasare un po’ più tardi, a mettersi a dormire un po’ più tardi, a rimanere a letto un po’ di più, a guadagnare un po’ di tempo.
Alle 6 e mezza la ragazza del bancone gli si avvicina. “Oggi sei rimasto fino alla fine!non sei stanco?ora dobbiamo chiudere”.
Non si è mosso dalla sedia. L’intero giorno, seduto lì a fissare la gente, i libri i piedi, i piedi, la gente i libri. Il silenzio. Il tempo è passato e se ci riflette neanche si è reso conto di come.
Adesso si alza, prende la giacca ed esce.
Adesso ha una giacca.
Si alza ed esce.
Maria Fusca