Poche settimane prima della Notte ero a Parigi, in macchina con un amico.
Attraversando una strada mi guardo intorno, in questa città così bella e un po’ finta.
“Aspetta, c’è un uomo sul ciglio della strada che si sta sentendo male!”
È disteso su un fianco, rosso in viso, con gli occhi chiusi e un giubbino un po’ troppo pesante. Nel bel mezzo del marciapiede, di sabato pomeriggio.
“Forse ci dovremmo fermare, c’è un signore che si sta sentendo male”.
“È un barbone, purtroppo a Parigi ce ne sono più di quanti immagineresti”.
“No, mi sembra un signore…”
Rallentiamo.
“No, hai ragione tu, è un barbone”.
Il mio cuore si blocca. In un fotogramma incorniciato dal finestrino. Un uomo sul marciapiede e lo sfondo. La gente del sabato, la perfezione bianca della strada, dei palazzi intorno, del cielo sopra.
È una frazione di secondo, un’impressione di ghiaccio, asciutta e sorda, nel mio cuore.
Non verbalizzo. Ma mi rimbomba ovunque.
“Quale è la differenza tra un signore e un barbone?”.
Ho annientato un uomo, quel pomeriggio. In un fotogramma. E chissà quanti altri ancora.
Perché non vedo, loro sono nella notte. In mezzo alle persone, in pieno giorno, nel buio dei miei occhi.
È lì che comincia la loro notte, così diversa dalle nostre.
Se accendessimo la luce lì, ho l’impressione che sarebbe più facile accenderla nelle case in cui hanno il diritto di entrare.
Chiara B.












